Quali erano
le previsioni in Sicilia prima delle elezioni? Disfatta del PDL, vittoria Cinque
Stelle, tenuta del centro sinistra, rischio ingovernabilità, cosa è accaduto? Disfatta
del PDL, vittoria Cinque Stelle, tenuta del centro sinistra, rischio ingovernabilità.
Tutto secondo le previsioni, nessuna ma proprio nessuna sorpresa. Ciò
nonostante assistiamo alle sorprese di tutti come se quanto è accaduto abbia
dell'incredibile. Come poteva andare diversamente dopo che tutti i partiti
tradizionali hanno fatto a gara per il Nobel del masochismo? Ormai chiunque ha
buon gioco a sparare su partiti già morti o in agonia e, masochisticamente, i
politici non perdono occasione di parlare in modo retorico, sconclusionato e
ogni volta che lo fanno è un occasione persa per stare zitti. Ogni parola è uno
spot per il partito avversario. Limitarsi ad accusare i grillini di populismo
significa non guardare la realtà. Una realtà amara, una bomba che è solo
innescata e non ancora esplosa. Domandiamoci cosa ci si deve aspettare. Non ci
interessa nulla di cosa si devono aspettare i partiti ma cosa ci dobbiamo
aspettare da chiunque vincerà. Si può essere disonesti e capaci, onesti e
incapaci, disonesti e incapaci o, l'ottimo, onesti e capaci ma quello che si
deve fare per afrrontare concretamente la realtà, in ogni caso, è a rischio perché ciò che guida ognuno, e lo abbiamo
visto in campagna elettorale, è il pregiudizio ideologico vecchio o nuovo che
sia. Anche il pregiudizio di essere onnipotenti, di essere per definizione
migliori, il pregiudizio narcisistico e disfattista. Mi viene da dire "se
tutto va bene siamo rovinati" ma ho la speranza che ci siano ancora
"tanti uomini d buona volontà”, venite fuori! Attenzione, senza fare gli
stessi errori, anche qui il rischio è che dalla buona volontà si passi alla
cattiva vanità.
domenica 28 ottobre 2012
domenica 30 settembre 2012
Una "politica" senza popolo
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| Firenze - dal popolo le cattedrali |
La
seconda: un azzeramento incondizionato legato esclusivamente al pregiudizio con
successiva occupazione degli spazi lasciati vuoti da parte di avventurieri
incompetenti e arrivisti non certo mediamente più onesti degli azzerati, usando
come unico criterio "nuovo è bello e onesto per definizione e vecchio è brutto
e disonesto per definizione”.
Purtroppo
abbiamo percorso la seconda strada, più facile che non richiedeva la dote del
discernimento. Eccone i frutti. Si è scelto di fare a meno di parte
importante di una classe politica fatta di amministratori di piccoli e medi
comuni che facevano della loro passione e competenza politica la ricchezza
sociale dei loro territori e contribuivano a fare crescere giovani leve di
amministratori appassionati e competenti che andava di pari passo con la
crescita culturale ed intellettuale delle nuove generazioni con il vantaggio di
offrire modelli di riferimento veramente virtuosi. Io stesso da giovane
ventenne consigliere comunale ho avuto la fortuna di avere dei modelli di
amministratori di diversa appartenenza politica: democristiani, socialisti,
comunisti, liberali ecc... i quali mi hanno insegnato a capire i bisogni e
cercare insieme le risposte, a battermi duramente per degli obbiettivi, a fare
dure battaglie politiche tra di noi ma poi giudicare la realtà senza pregiudizio,
ad essere capace di tornare sui miei passi con dignità riconosciuta
all'avversario e dall'avversario politico. Nessun insulto solo politica con la
P maiuscola anche se di provincia. Ci mettevamo del nostro anche economicamente
senza chiedere nulla, ci bastava sapere che era giusto e le tradizioni
culturali e politiche da cui venivamo ci sostenevano. Ho smesso presto perché
sono arrivati i "nuovi" e mi sono guardato bene, lì credo di aver
sbagliato, dall'essere di intralcio al nuovo che avanzava dirompente pieno di
certezze e di promesse. Ovviamente qualche parte politica si è distinta
maggiormente in questo carosello misto di ipocrisia e demagogia facile, ma da
tutte le parti il fenomeno si è manifestato in buona misura. Io che ho
sempre creduto che la politica fosse veramente un servizio, lo dico con un po'
di pudore, quasi imbarazzo alla luce di ciò che sta accadendo, faccio fatica a
spiegare ai mie quattro figli che non è giusto rincorrere giudizi demagogici e
populisti ma che valga ancora la pena di credere che si può risalire, anche
perché abbiamo veramente toccato il fondo, faccio fatica a indicare a loro una
strada. Mi viene però un sussulto di orgoglio, quasi voglia di fare appello a
quelli che allora ci credevano e hanno smesso per lasciare il posto a quel
"nuovo che avanzava" e si sono messi da parte, un appello a
rimettersi in gioco e a dare speranza ai nostri figli. Ma subito dopo mi viene
quasi una sorta di rassegnazione e non riesco a trovare la via di uscita,
ma chi oggi è capace di mettere insieme questa gente? Chi può ricostruire un
popolo non rassegnato? Chi è il riferimento per questo desiderio di mettersi in
gioco senza ambizioni di successo, di notorietà, senza il solo gusto di
emergere e di notorietà?
Anche
questo è un servizio alla Chiesa. Il Card. Bagnasco ci ha detto in questi
giorni alcune cose su cui lavorare, anche se, spesso, proprio noi cattolici
siamo più avvezzi a seguire le sollecitazioni dei populisti di turno piuttosto
che prendere in mano ciò che ci viene dalla Chiesa e fare un serio lavoro come
laici autonomi che rendono, nel servire la Chiesa un servizio al proprio
paese. Non meno pericoloso in questi ultimi anni è stato l’atteggiamento
della grande finanza che ha favorito l’arricchimento di pochi speculatori
rispetto alla crescita dei popoli. Il presidente della CEI ha detto ai Vescovi
e quindi al suo popolo: ”È vero, in questa stagione sembriamo capitati
in un vicolo cieco, costretti a subire la supremazia arbitraria della finanza
rispetto alla vitalità civile e culturale o, detto in altro modo, rispetto ad
un umanesimo sociale che è la cifra della nostra cultura. Per talune componenti
di potere, il Vangelo avrebbe addirittura qualche responsabilità per la
situazione in cui si è; e non avrebbe comunque più nulla da dire alla società
odierna. Il cristianesimo, in realtà, sa – nella vera coscienza di sé – di
essere esperienza non di regresso, ma propulsiva, perché capace di proporre
modelli di vita in cui l’esasperazione del consumismo e del liberalismo è
bandita, in vista di uno sviluppo comunitario più equilibrato e più garantista
rispetto alla dignità di ogni persona. Data la gravità dell’ora, la Chiesa –
spinta dalla sollecitudine per la Nazione – fa appello alla responsabilità
della società nelle sue diverse articolazioni – istituzioni, realtà politica e
della finanza, del lavoro e delle sue rappresentanze – perché prevalga il bene
generale su qualunque altro interesse. È necessario stringere i ranghi per
amore al Paese…..” .
Da qui credo si debba partire, concretamente
ma temo che i “se” e i “ma” prevarranno e noi ci chiameremo ancora una volta
fuori. Vorrei non fosse cosi per i nostri figli.
domenica 23 settembre 2012
Quale centuplo?
Quale tempo attende i nostri figli? Quale destino avranno? Mi capita spesso di sentire commenti tra amici e conoscenti in merito ai modelli di vita che abbiamo di fronte e che rischiano di essere attraenti per i nostri ragazzi. E spesso questa preoccupazione è legata alle notizie che ci vengono ogni giorno offerte dai media. Quest’allarme spesso nasconde un’implacabile resa. Come se ormai il solo “veicolo” attraverso il quale i nostri figli possono assorbire "modelli" fosse solo il peggio che hanno intorno e che gli viene comunicato dai media: questo o quel politico, questo o quel cantante o attore, o magari il presidente del consiglio. Ognuno di noi può cadere nella tentazione di rassegnarsi a non rischiare. A non prendere su di se, quello che i vescovi hanno chiamato “il rischio educativo”. Tuttavia, credo che la responsabilità che mi è chiesta nell'educazione dei miei figli è appunto una “responsabilità” e non un giudizio moralistico. Una responsabilità che implica tutti gli aspetti della vita e quindi anche quello del giudizio politico e morale. A me sinceramente il comportamento del presidente del consiglio, chiunque esso sia dal punto di vista della sua vita personale e famigliare non interessa, di questo deve rendere conto alla sua coscienza e alla sua moralità, forse mi può infastidire ma non è questo il punto. Ciò che mi interessa è quanto mi attendevo e mi attendo, per me genitore e come famiglia. Sono infatti le mancanze di questo governo e di quelli che lo hanno preceduto che formano il mio giudizio critico e quindi anche le mie scelte elettorali. Questo governo non ha fatto nulla per la politica della famiglia, non ha fatto nulla sulla liberà di educazione sia per coloro che hanno scelto per i propri figli la scuola pubblica sia per quelli che hanno scelto la scuola privata. Il livello della polemica politica degli ultimi tempi non ci ha fatto fare un solo passo verso la soluzione dei problemi che devono affrontare le nostre famiglie nel faticoso compito di crescere ed educare i propri. Domandarsi quale sarà il destino dei nostri figli credo sia il punto da cui partire. Non è certo la preoccupazione per la moralità di Berlusconi, di Casini, di Fini, di Vendola, di Bersani e di tutti i nostri politici che risponde in modo reale a questa domanda. Dobbiamo rispondervi partendo dalla nostra moralità, e non da un moralismo inutile, da una moralità per la nostra vita e quella dei nostri figli che mostri quanto noi siamo appassionati al loro destino attraverso le ragioni che diamo loro per le nostre scelte. Non possiamo abdicare alla nostra responsabilità di rischiare con i nostri ragazzi, siano essi allievi o figli, con l'alibi che la battaglia è persa. Dobbiamo partire da noi dalla speranza che siamo come genitori, per il modo in cui stiamo insieme, è questo che ai nostri figli rimane più di ciò che diciamo. Dobbiamo rischiare nel giudizio sulle cose dandone delle ragioni solo così i nostri figli hanno qualche possibilità di comprendere e di desiderare di essere felici. Il desiderio di felicità non può essere soddisfatto da questo o quel modello ma solo da un "cuore" che cerca uno sguardo che esprime un passione per il proprio destino. Questo sguardo grazie a Dio lo di può ancora trovare negli occhi di molti genitori e di molti insegnanti. Non è lo sguardo di chi non sbaglia mai, non è lo sguardo di chi ha tutte le risposte, è uno sguardo che sa rimandare ad un “Altro” da noi, con tutti i limiti che ognuno ha e sconta in ogni istante ma in ogni istante non si fa determinare da essi.
Potrebbero sembrare distanti dalla realtà queste cose ma la mia esperienza quotidiana mi conforta su come questo modo di affrontare la realtà fà si che i quotidiani errori non siano un limite nei rapporti con i mie figli, con mia moglie con miei collaboratori e colleghi. Solo questo mi fa sperare che ai miei figli (ne ho quattro) rimanga il desiderio di un’autentica felicità. Nel vedere quei giovani a Roma nel giorno della beatificazione di Giovanni Paolo II, nel vedere il loro sguardo che aveva la consapevolezza di appartenere a un popolo, questa speranza è diventata più una certezza. La testimonianza di Giovanni Paolo II è per i nostri figli una grande occasione per guardare alla vita come lo guardava lui, slegato dalle cose ma consapevole della realtà con cui ogni giorno dobbiamo fare i conti. Quel "non abbiate paura spalancate le porte a Cristo" che il nuovo Beato ha detto ai giovani è una sfida a tutti noi affinché anche le nostre porte non siano socchiuse dal tempo e dalla "stanchezza" chi più di lui ci ha dato questa testimonianza di immensa apertura? Questo ci fa fare esperienza concreta del centuplo quaggiù.
Chi se ne cura?
Le recenti vicende politiche potrebbero portare allo sgomento chiunque affidi il proprio destino alle capacità di non sbagliare di chi guida le sorti politiche del nostro o di altri paesi. Lo sgomento derivante dall’evidente impotenza che, di fronte agli eventi di tutti i giorni, i fatti denunciano amaramente che inevitabilmente tutto ciò che si sente oggi, è smentito o superato domani. La politica degli ultimi anno è stata caratterizzata dall’ascesa dei “capopopolo” e dal loro oblio. Tutto è avvenuto e sta avvenendo sulle ondate emotive e reattive che, pur comprensibili in cui versa l’economia del nostro paese, rischiano di aumentare la confusione e allungare i tempi per, se non risolvere, almeno affrontare i problemi. Insomma dalle stelle alle stalle, dal trionfo al linciaggio.
Ecco cosa è l'uomo se basta a se stesso, un prodotto di consumo da sacrificare agli idoli del momento. Sia esso l'uomo leader, cittadino, elettore, consumatore, dipendente, manager, tecnico, povero, ricco... come se l'uomo debba essere pesato da un attributo, da un aggettivo che ne determina il valore così come qualsiasi prodotto di consumo. C'è di più: a regolare le dinamiche di relazione tra questi “prodotti” vi è una spaventosa logica “cannibalista”, mors tua vita mea. Ciò avviene nel quotidiano, sui luoghi di lavoro, negli uffici pubblici, negli ospedali, tra i carrelli dei supermercati, dove la prevaricazione diventa sempre più frequente dalle cose più banali alle questioni che condizionano la vita degli individui. Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi? (Salmo 8), da questa domanda del salmo, che chiede ragione dell’essenza prima e ultima dell’uomo, mi viene una domanda un po’ drammatica ma non senza speranza, da padre che ogni giorno deve farsi questa domanda guardando i propri figli, dove è, l’uomo e CHI se ne cura? Chi si cura di ciò per cui è fatto tutto da chi ha fatto tutto. Come guadiamo i nostri figli? Per cosa li guadiamo? È inevitabile che loro ci guardino per come li guadiamo noi. È ancora sostenibile una convivenza che mette al centro tutto e di tutto tranne l'uomo? Purtroppo la preoccupazione legittima che esprimiamo per i nostri figli sul loro futuro è figlia di un’ipocrisia di fondo. Non siamo preoccupati del loro destino ma del loro futuro come un’emanazione del nostro successo, quindi al centro non mettiamo il loro ma la nostra idea di loro, il nostro appagamento e la nostra gratificazione.
Se i nostri figli ci guardassero (e guardano) per quello che riusciamo ad accumulare o per il successo che rincorriamo e non per quello che siamo, è perché noi stessi ci guardiamo così, ci stimiamo per questo e stimiamo per questo chi ci sta intorno.
Dobbiamo recuperare la ragione per la quale siamo fatti, desiderare che si compia il nostro destino e quello dei nostri figli. Solo così la convivenza, e lo sguardo che abbiamo sul mondo e sulle cose è centrato sulla risposta a quella domanda: Si so CHI se ne cura ma agisco come se non lo sapessi.
domenica 26 agosto 2012
Salvataggio ILVA occasione per un vero "stato federale"
Da Avvenire delo 28/08/2012
In questi giorni di vacanza dal lavoro ma non dalla vita, sto seguendo come moti di noi la vicenda della ILVA e sono molto dibattuto in un giudizio contrastante rispetto a ciò che sta avvenendo. Stiamo assistendo a due grandi drammi di un intero di un intero popolo. Anche se i media spesso fanno apparire il dramma dei lavoratori, che vedono a rischio il proprio posto di lavoro e il crollo della unica possibilità di sostentamento della propria famiglia, in opposizione al dramma di famiglie che vedono a rischio la propria salute. Quasi a dimenticare che non vi è un popolo solo con due drammi. Non mi soffermo sulle ragioni storiche che hanno portato fino a questo punto, che partono dalla cessione della siderurgia italiana dalla Italsider alla ILVA e di quali vicende e dinamiche hanno determinato questo decorso della vicenda negli ultimi 30 anni, vorrei però auspicarmi che questa sia veramente un’occasione per affrontare questa vicenda industriale come la vicenda industriale italiana. Ciò che sta accadendo mette a luce le deviazioni di un approccio ideologico della nostra politica industriale nell’affrontare la questione delle privatizzazioni. Le opzioni sono sempre state due statale o privato senza valutare il contesto storico e sociale nel quale ci si trovava a d agire se non legato alla benevolenza della “cultura dominante del momento”. Da lombardo federalista credo che ora sia giunto il momento di dimostrare che questo è veramente un unico paese ed è possibile uno stato federale solidale. Come? Sarà certamente inevitabile un pesante intervento pubblico per far fronte ai drammi di Taranto e della Puglia. Inevitabile e giusto ma, paradossalmente questo governo tecnico rischia di fare un errore uguale e superiore di quelli del passato, approcciando la vicenda in modo ideologico e quindi assistenzialista, spostando i costi sulla spesa pubblica e rimandando il problema di qualche anno o forse meno. Allora occorre una svolta storica, che parta da un presupposto di politica industriale con una forte valenza sociale ma soprattutto sussidiaria. Lo stato faccia la sua parte finanziando ( e partecipando) ad un piano industriale che abbia come obbiettivo si la bonifica del territorio e degli impianti ma anche il lavoro e i governatori delle cosi dette regioni “virtuose” , Fromigoni (Lombardia), Cota (Piamonte), Zaia (Veneto), Errani (Emilia Romagna), Rossi (Toscana), Burlando (Liguaria), diventino azionisti di questa operazione, magari con qualche interessante imprenditore del nord. Partecipando così ad una operazione di respiro veramente più grande e dimostrando che il federalismo è di per se virtuoso se anch’esso non è solo una posizione ideologica. Non posso che concludere con le concrete parole del Santo Padre “esorto tutti al senso di responsabilità, incoraggio le istituzioni nazionali e locali a compiere ogni sforzo per giungere ad un’equa soluzione della questione che tuteli sia il diritto alla salute che il diritto al lavoro, soprattutto in questi tempi di crisi economica”.
Gaetano Rossi
domenica 31 ottobre 2010
Politica: il realismo autentico è quello testimoniatoci dal Papa
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| Papa Benedetto XVI |
Da Avvenire del 27/08/2010
In questo periodo di confusione
siamo tentati, o meglio portati, a estraniarci da ciò che avviene intorno a noi
(politica, economia…). Avrei voglia anch’io, come tanti, di ‘chiamarmi fuori’.
Ma la fortuna (o meglio la Grazia) di essere padre e quindi immerso negli
interrogativi che la vita mia e della mia famiglia solleva, mi costringe ad
affrontare la ‘sfida educativa’ a cui i nostri vescovi ci hanno richiamato. Di
fronte al continuo emergere di ‘contraddizioni’ della politica, non posso non
‘prendere posizione’ davanti ai miei figli e ai loro coetanei. Il rischio degli
eccessi nel giudicare è in agguato. Si rischia di farsi sopraffare da un
moralismo giacobino che si lava la coscienza con condanne demagogiche, senza un
giudizio che parta da una esperienza umana. Oppure si rischia di giustificare
tutto come espressione del realismo della politica, come un’inevitabile
deviazione verso il compromesso. Allora non si può che partire dalla propria
storia, dalla propria ‘educazione’, appunto perché di questo si tratta. Da
ormai attempato cinquantenne, col pudore di chi si sente un po’ fuori tempo,
sono quasi costretto ad andare alla memoria di quando, giovane democristiano
(spero si possa ancora dire), in un Comune della Bassa Milanese facevo
politica, prima come consigliere comunale a vent’anni e poi come assessore ai
Servizi sociali (quegli assessorati che nei piccoli paesi non vorrebbe nessuno,
perché si ritengono solo grattacapi, ma sono al contrario una grande
possibilità di ‘esperienze’ umane). Avevo venticinque anni, e mi trovavo ogni
giorno a fare i conti con la realtà di centinaia di persone incontrate la sera
negli uffici comunali, dopo una giornata di lavoro da impiegato in un’azienda
privata. Una realtà che mi coinvolgeva e appassionava (a volte preoccupava);
problemi veri che mi costringevano a rispondere e a volte a fare i conti con la
mia impotenza, la mia piccolezza di fronte al reale. Era una politica fatta di
passione, di lavoro, di approfondimento, di condivisione, di quella giusta dote
di idealismo che le circostanze non facevano diventare utopismo.
Lo potevo fare solo perché sostenuto da
un gruppo di amici che mi richiamava ogni giorno alla ragione di ciò che facevo
e mi costringeva veramente a fare ‘esperienza’. Basta pensare che il massimo
della remunerazione era una indennità (irrisoria) che versavo alla sezione del
partito per pagare l’affitto dei locali; spesso dovevo attingere al mio
stipendio per far fronte alle spese per l’attività politica. Si domanderà
perché le racconto questo. Semplicemente perché non posso non fare memoria di
questo per ‘giudicare’, in primo luogo per i miei figli, ciò che oggi accade e
mi provoca. Dopo essere stato costretto per impegni professionali ad
abbandonare la politica da giovane, oggi, con la stessa passione di quegli
anni, mi viene con forza, di fronte al vuoto di ‘ragioni’ di alcuni politici di
questa epoca, il desiderio di dire, con umiltà, ma con decisione: non è così
che chi affronta la ‘fatica’ (‘missione’ forse è un po’ desueto, ahimè) della
politica fa una vera ‘esperienza’, non è così che può reggere la sfida. Non
posso non ricordare ciò che ad Assago nel 1987 don Giussani disse ad alcuni
dirigenti della Dc: «Una cultura della responsabilità deve mantenere vivo quel
desiderio originale dell’uomo da cui scaturiscono desideri e valori: il
rapporto con l’infinito, che rende le persone soggetto vero e attivo della
storia…». E ancora, «È quindi nell’impegno con questo primato di libera e
creativa socialità di fronte al potere che si dimostra la forza e la durata
della responsabilità personale». Non possiamo permettere che un cinismo
travestito da ‘realismo politico’ privi i nostri figli della possibilità che la
realtà porti con sé una speranza e li consegni al moralismo giacobino o al
relativismo cinico. Oggi, con rinnovata passione, o meglio desiderio, vedo una
formidabile possibilità, di fronte alla provocazione di questo tempo, per
risalire dal fondo, non solo attraverso una testimonianza positiva ma facendomi
provocare nella ricerca di quel «primato di libertà e creativa socialità» e
provocando i nostri figli a una «decisione». In questo senso non trovo nulla
più ‘realistico’ di quanto papa Benedetto XVI ci testimonia di fronte alle
circostanze che la Chiesa sta affrontando. Lo dico innanzitutto per me: il
punto da cui partire è quello in cui uno si trova ora.
Gaetano Rossi
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